Aiutare significa farsi aiutare

Ormai sono molti anni che cerco di aiutare le persone nella mia professione di psicoterapeuta
e con il passare del tempo oltre a contare i (pochi) sopravvissuti della mia sempre più grigia e
brulla capigliatura inizio a riflettere su quella che è stata la mia esperienza clinica e non quella
appresa da libri di testo.
Quando ero ancora studente universitario mi avvicinai come volontario al mondo della
psichiatria nel centro di salute mentale di Cesena ed ebbi la fortuna di conoscere non solo i
ragazzi seguiti dalla struttura ma anche i loro caregiver. Mi accorsi subito che queste famiglie
tendevano a rinunciavano a tutto, ai loro interessi, allo svago, alla socializzazione, alla
sessualità, a se stessi, tutto per essere adeguati e sostenere con il loro sacrificio la crescita di
loro figlio.
Giovane laureato ebbi modo di conoscere il mondo dell’Alzheimer e mi accorsi che la rinuncia
a se stessi era questa volta attuata dai coniugi scampati alla demenza che offrivano tutto
quello che avevano per proteggere e restare vicini ai loro mariti e mogli, anche i figli molto
spesso destinavano il loro tempo libero all’aiuto mettendo in crisi il loro lavoro e la loro vita
coniugale.
Ormai avviato nel mio lavoro entrai in stretto contatto con lo spettro autistico e nuovamente
osservai genitori splendidi che ponevano la maggior parte delle loro risorse di vita,
economiche e sociali nel cercar di offrire le migliori opportunità di un futuro di inclusione per
loro figlio.
Generosità ed abnegazione di tutte queste persone sono stati dei fari che mi hanno permesso
di ricordarmi con umiltà che alla fine gli eroi non sono medici, pompieri, soldati, infermieri,
bensì quegli attori silenziosi che sono guidati solo dall’amore incondizionato e non dal ruolo
lavorativo o da benefici economici. Rinunciano al loro presente e futuro nella speranza di
proteggere il loro amato da un male entrato come meteora nelle loro vite.
Eppure, c’è un “Ma”. Per quanto io provi spontanea ammirazione e mi sia trovato commosso
nell’osservare queste scene, come professionista venivo sempre interpellato dai genitori per
aiutare “il malato”, mi veniva chiesto come lo si poteva incoraggiare, come gestire la sua
emotività, come essere più efficaci nel ruolo di tutori e nel tempo molti di questi caregiver
come fiammelle si consumavano di fronte ai miei occhi finendo, ahimè, per essere parti del
problema e non più risorse.
Aiutare qualcuno non significa annullarsi, amare non significa perdersi, proteggere non
rappresenta ignorarsi. La psicoterapia è un momento di riflessione, di sfogo, di riformulazione
di pensieri e di strategie. È un momento di cura personale, un luogo dove si può vivere il
dolore, la rabbia, la speranza, la progettualità, la pratica, il cambiamento.
Non cura la schizofrenia o l’autismo del figlio, ne toglierà la demenza della madre ma donerà
un momento personale di comunione con la propria parte ferita e vitale rigenerando le proprie
energie.
Chi ritiene che entrare in un percorso di introspezione sia banalmente dirsi tante parole
probabilmente non ha mai intrapreso una psicoterapia o ha trovato un professionista non
giusto per lui.
Per poter offrire da bere dobbiamo avere una bottiglia colma, aiutare significa sempre farsi
aiutare.

Francesco Baldinini – Psicologo e Psicoterapeuta